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Cosa sono i rifiuti pericolosi e non pericolosi

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Cosa sono i rifiuti pericolosi e non pericolosi

 

Nel contesto della gestione dei rifiuti, una distinzione fondamentale è quella tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. Questa classificazione è prevista dalla normativa europea e italiana ed è essenziale per determinare le modalità di raccolta, trasporto, stoccaggio e smaltimento.

I rifiuti pericolosi sono quelli che contengono sostanze o componenti in grado di nuocere alla salute umana o all’ambiente. Sono identificati da codici CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) con un asterisco (*), che indica la pericolosità. Esempi di rifiuti pericolosi includono: solventi, oli esausti, batterie al piombo, vernici contenenti solventi, rifiuti sanitari infettivi, reagenti di laboratorio, pesticidi e rifiuti contenenti amianto.

I rifiuti non pericolosi, invece, sono tutti quei materiali di scarto che non presentano rischi specifici per la salute o per l’ambiente. Anche questi sono identificati da codici CER, ma senza asterisco. Esempi tipici sono: carta, cartone, plastica, legno non trattato, metalli, vetro, rifiuti organici e rifiuti da costruzione e demolizione non contaminati.

È importante sottolineare che la classificazione dipende non solo dalla natura del materiale, ma anche dalle sue caratteristiche chimico-fisiche e dalla presenza di sostanze pericolose al di sopra di determinate soglie.

Quali rifiuti sono soggetti al trasporto in ADR

L’ADR (Accordo europeo relativo al trasporto internazionale di merci pericolose su strada) regola il trasporto dei rifiuti pericolosi che rientrano nelle classi di pericolo definite dall’accordo stesso. Non tutti i rifiuti pericolosi sono soggetti a trasporto in ADR, ma solo quelli che, oltre ad essere pericolosi ai sensi del CER, possiedono anche le caratteristiche chimico-fisiche tali da rientrare in una o più classi ADR.

Esempi di rifiuti soggetti a trasporto in ADR includono:

  • solventi infiammabili (classe 3),
  • acidi e basi forti (classe 8),
  • bombole di gas (classe 2),
  • rifiuti tossici (classe 6.1),
  • rifiuti infettivi (classe 6.2),
  • rifiuti che possono reagire spontaneamente o che producono gas infiammabili a contatto con l’acqua (classe 4.3).

In questi casi, il trasporto deve essere effettuato da mezzi idonei, da personale formato e con la documentazione ADR prevista (etichettatura, schede di sicurezza, istruzioni scritte, ecc.).

Quanto si può trasportare senza ADR

In alcuni casi specifici, la normativa ADR consente deroghe al trasporto completo secondo ADR. Questo è il caso del trasporto in esenzione parziale o totale, che si applica quando:

  1. le quantità per unità di trasporto (mezzo) non superano i limiti stabiliti nella tabella 1.1.3.6.3 dell’ADR;
  2. il rifiuto pericoloso è classificato come “quantità limitata” (LQ) o quantità esente (EQ), in base alla pericolosità e al tipo di contenitore.

In particolare, nel caso dell’esenzione parziale, se si rispettano i limiti quantitativi giornalieri per classe di pericolo (ad esempio 333 litri per rifiuti infiammabili classe 3), non è necessario applicare l’intero pacchetto ADR (come avere a bordo le istruzioni scritte o il kit di emergenza), ma solo alcune precauzioni minime.

Inoltre, per chi trasporta rifiuti in quantità inferiori a 1.000 punti ADR (secondo un sistema di calcolo previsto dall’accordo), non è richiesta la patente ADR per il conducente, anche se restano comunque obbligatorie alcune misure di sicurezza e la corretta etichettatura dei colli.

È quindi possibile effettuare il trasporto di piccoli quantitativi di rifiuti pericolosi senza ADR, a patto di conoscere bene le soglie, la classificazione corretta dei rifiuti e la normativa vigente. In caso di dubbio, è sempre consigliabile rivolgersi a un consulente ADR certificato.

 

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Che cosa è l’impianto fognario, come funziona e quanto costa l’allaccio

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Che cosa è l’impianto fognario, come funziona e quanto costa l’allaccio

L’impianto fognario è un’infrastruttura essenziale per la gestione delle acque reflue urbane, domestiche e industriali. Il suo compito principale è quello di raccogliere, convogliare e smaltire in modo sicuro le acque sporche provenienti da abitazioni, aziende e spazi pubblici, evitando che queste vengano disperse nell’ambiente e causando problemi igienico-sanitari.

Che cosa è l’impianto fognario

L’impianto fognario è composto da una rete di condotte sotterranee, pozzetti di ispezione, stazioni di sollevamento (ove necessario), e impianti di depurazione. A seconda della tipologia, la rete fognaria può essere:

  • Fognatura nera, che raccoglie esclusivamente acque reflue domestiche e industriali (cioè sporche);
  • Fognatura bianca, dedicata allo smaltimento delle acque meteoriche (pioggia, neve, ecc.);
  • Fognatura mista, che convoglia insieme acque nere e bianche.

La progettazione e gestione della rete fognaria è regolamentata da norme tecniche e ambientali, con lo scopo di tutelare la salute pubblica e proteggere le risorse idriche.

Come funziona la rete fognaria

Il funzionamento della rete fognaria si basa sulla raccolta delle acque reflue attraverso tubazioni che, per gravità o tramite impianti di sollevamento, trasportano i liquami verso gli impianti di trattamento. Qui, attraverso diversi stadi di depurazione (meccanica, biologica e talvolta chimica), le acque vengono trattate fino a raggiungere livelli di qualità conformi agli standard ambientali, prima di essere restituite ai corpi idrici naturali (fiumi, laghi o mare).

In ambito urbano, l’efficienza della rete fognaria è fondamentale per evitare allagamenti durante eventi meteorici intensi e per prevenire il rilascio incontrollato di sostanze inquinanti nell’ambiente.

Quanto costa fare l’allaccio fognario

Il costo per l’allaccio alla rete fognaria dipende da diversi fattori, tra cui:

  • la distanza dell’abitazione o edificio dalla rete pubblica esistente;
  • la necessità di realizzare scavi complessi o attraversamenti stradali;
  • il tipo di allaccio (solo acque nere o anche acque bianche);
  • eventuali opere accessorie (pozzetti, tubazioni interrate, ecc.);
  • le tariffe applicate dal gestore locale del servizio idrico integrato.

In linea generale, il costo per un allaccio fognario domestico può variare tra i 1.500 e i 3.000 euro, ma in casi più complessi può superare anche i 5.000 euro. In molti Comuni è possibile usufruire di agevolazioni o contributi, soprattutto in caso di nuove urbanizzazioni o di allacci a impianti recentemente estesi.

È importante ricordare che l’allaccio alla fognatura pubblica è spesso obbligatorio, quando disponibile, e in sua assenza può essere richiesto un impianto di trattamento individuale, come una fossa biologica o un impianto di fitodepurazione.

In conclusione, l’impianto fognario è una componente essenziale delle infrastrutture urbane, con un ruolo cruciale per l’igiene e la tutela ambientale. Comprendere come funziona e quali costi comporta un allaccio è fondamentale per chiunque debba affrontare un intervento edilizio o una nuova costruzione.

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Quali sono le tre modalità principali di smaltimento dei rifiuti?

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Quali sono le tre modalità principali di smaltimento dei rifiuti?

Lo smaltimento dei rifiuti è un’attività fondamentale per garantire la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Esistono tre principali modalità di smaltimento, ognuna con caratteristiche e impatti differenti: discarica, incenerimento e riciclo. Comprendere come funzionano queste modalità e cosa possiamo fare a livello domestico, specialmente in relazione alla raccolta residuale, è il primo passo per contribuire a un sistema più sostenibile.

Quali sono le operazioni di smaltimento dei rifiuti

Le operazioni di smaltimento iniziano dalla raccolta e dal trasporto dei rifiuti fino al loro trattamento finale. Le tre modalità principali sono:

  1. Discarica: consiste nel conferire i rifiuti non recuperabili in aree controllate, dove vengono stoccati in sicurezza. Prima dello smaltimento definitivo, i rifiuti vengono compattati e trattati per ridurre l’impatto ambientale. Le discariche moderne sono dotate di sistemi di raccolta del percolato e di captazione del biogas, ma restano comunque soluzioni ad alto impatto, da riservare solo ai rifiuti non altrimenti gestibili.
  2. Incenerimento con recupero energetico: attraverso impianti termovalorizzatori, i rifiuti vengono bruciati ad alte temperature. Il calore prodotto viene trasformato in energia elettrica e/o termica. È una modalità che consente di ridurre significativamente il volume dei rifiuti, ma comporta emissioni in atmosfera che devono essere accuratamente controllate.
  3. Riciclo e recupero: è la forma di gestione più virtuosa. I materiali vengono separati per tipologia (plastica, vetro, carta, metalli) e avviati al riciclo. Questo processo consente di ridurre il consumo di materie prime e l’impatto ambientale complessivo. Fondamentale è la qualità della raccolta differenziata, che dipende in gran parte dai comportamenti dei cittadini.

Cosa si può buttare nella raccolta residuale?

La raccolta residuale, detta anche “indifferenziata”, è destinata ai rifiuti che non possono essere riciclati o compostati. È importante utilizzarla correttamente per non compromettere il funzionamento dell’intero sistema di raccolta differenziata. Ecco alcuni esempi di cosa può essere conferito nella raccolta residuale:

  • oggetti rotti non riciclabili (penne, spazzolini, piccoli giocattoli in plastica non separabile);
  • carta sporca o unta (fazzoletti usati, tovaglioli sporchi di cibo);
  • sacchetti dell’aspirapolvere e polvere domestica;
  • ceramiche rotte e porcellana;
  • lettiere per animali non compostabili.

Al contrario, non vanno mai nella raccolta residuale i rifiuti pericolosi (pile, farmaci, vernici), i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), né i materiali riciclabili che devono essere conferiti nelle apposite raccolte.

La corretta gestione dei rifiuti richiede consapevolezza e partecipazione da parte di tutti. Scegliere accuratamente dove buttare ogni oggetto, ridurre la produzione di rifiuti e preferire il riuso sono azioni quotidiane che fanno una grande differenza. Ogni gesto conta: solo con l’impegno collettivo possiamo ridurre l’impatto ambientale del nostro stile di vita e contribuire a un futuro più sostenibile.

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Stoccaggio e trattamento rifiuti: norme tecniche e aggiornamenti normativi

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Stoccaggio e trattamento rifiuti: norme tecniche e aggiornamenti normativi

Lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti rappresentano due fasi fondamentali nella gestione dei rifiuti urbani e speciali. Queste attività sono soggette a una normativa tecnica sempre più dettagliata, volta a garantire la tutela ambientale, la salute pubblica e l’efficienza del sistema di smaltimento. In particolare, con l’entrata in vigore del DM 26 luglio 2022, si è compiuto un passo significativo verso l’armonizzazione delle regole tecniche a livello nazionale.

Che cosa si intende per stoccaggio e trattamento?

Lo stoccaggio dei rifiuti consiste nel deposito temporaneo o definitivo degli stessi in appositi impianti o aree attrezzate, prima di avviarli a trattamenti successivi, al recupero o allo smaltimento. Può avvenire all’interno dell’azienda produttrice (deposito temporaneo) oppure presso impianti autorizzati. Il trattamento dei rifiuti, invece, comprende tutte le operazioni meccaniche, fisiche, chimiche o biologiche volte a modificarne le caratteristiche per facilitarne il recupero o renderli innocui.

Le novità introdotte dal DM 26 luglio 2022

Il Decreto Ministeriale 26 luglio 2022, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 settembre 2022, ha introdotto le nuove norme tecniche per gli impianti di trattamento dei rifiuti, compresi gli impianti di stoccaggio. Si tratta di un provvedimento molto atteso, che definisce con chiarezza:

  • i criteri generali di progettazione e gestione degli impianti,
  • i requisiti tecnici e ambientali per il trattamento meccanico-biologico (TMB),
  • le modalità di messa in sicurezza e prevenzione del rischio ambientale,
  • le modalità di monitoraggio e controllo.

Tra gli aspetti più rilevanti del decreto, vi è l’obbligo per gli impianti esistenti di adeguarsi ai nuovi requisiti entro 24 mesi dalla sua entrata in vigore. Questo significa che le aziende operanti nel settore devono rivedere i propri processi interni, valutare l’adeguatezza delle strutture e aggiornare le autorizzazioni ambientali in coerenza con i nuovi standard.

Implicazioni per gli operatori del settore

Le nuove norme impongono un approccio più rigoroso e strutturato nella gestione dei rifiuti. Gli impianti devono dotarsi di sistemi di controllo più avanzati, documentare puntualmente le attività svolte e garantire che tutte le operazioni avvengano nel rispetto della normativa ambientale.

Inoltre, il decreto rafforza il concetto di tracciabilità dei rifiuti e di responsabilità estesa del produttore, promuovendo un’economia circolare che punta al recupero di materia e alla riduzione dell’impatto ambientale.

Il DM 26 luglio 2022 rappresenta un tassello fondamentale nel percorso di transizione ecologica del nostro Paese. Fornisce un quadro tecnico-normativo chiaro e aggiornato per lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti, e sollecita gli operatori del settore a investire in qualità, sicurezza e sostenibilità.

Un passo necessario per trasformare i rifiuti da problema a risorsa.

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Come funziona lo stoccaggio dei rifiuti speciali?

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Come funziona lo stoccaggio dei rifiuti speciali?

La gestione dei rifiuti speciali rappresenta una sfida cruciale per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Ma cosa si intende per rifiuti speciali e come avviene il loro corretto stoccaggio? Approfondiamo questi aspetti per comprendere meglio il processo e la normativa di riferimento.

Cosa sono i rifiuti speciali?

I rifiuti speciali sono quei materiali di scarto prodotti da attività industriali, artigianali, agricole, sanitarie o di costruzione e demolizione. Si distinguono dai rifiuti urbani per la loro origine e, spesso, per la loro pericolosità. La normativa italiana ed europea classifica i rifiuti speciali in due categorie principali:

  • Rifiuti speciali pericolosi: contengono sostanze nocive per l’ambiente e la salute, come solventi, vernici, oli esausti, rifiuti ospedalieri infetti e rifiuti chimici.
  • Rifiuti speciali non pericolosi: pur non contenendo sostanze altamente tossiche, necessitano comunque di un trattamento specifico per evitare impatti negativi sull’ambiente. Esempi sono gli scarti di lavorazione industriale, i rifiuti edili o i fanghi di depurazione.

Lo stoccaggio dei rifiuti speciali

Lo stoccaggio dei rifiuti speciali è una fase essenziale della loro gestione e deve rispettare rigorose normative per prevenire rischi ambientali e sanitari. Le principali modalità di stoccaggio sono:

  • Stoccaggio temporaneo: avviene nel luogo di produzione dei rifiuti e prevede la raccolta e la conservazione momentanea prima del trasporto agli impianti di trattamento o smaltimento. La normativa impone limiti temporali e quantitativi per evitare accumuli pericolosi.
  • Stoccaggio intermedio: effettuato presso impianti autorizzati, dove i rifiuti vengono raccolti e suddivisi in base alla tipologia per essere successivamente smaltiti o recuperati.
  • Stoccaggio definitivo: riguarda principalmente i rifiuti che non possono essere riciclati o trattati in altro modo e vengono destinati a discariche controllate o impianti di inertizzazione.

Le misure di sicurezza nello stoccaggio dei rifiuti speciali

Il corretto stoccaggio dei rifiuti speciali prevede l’adozione di misure di sicurezza per ridurre il rischio di contaminazione ambientale. Tra le principali precauzioni vi sono:

  • Utilizzo di contenitori idonei: i rifiuti devono essere conservati in recipienti resistenti e sigillati per evitare dispersioni.
  • Separazione per tipologia: i rifiuti pericolosi devono essere separati da quelli non pericolosi per evitare reazioni chimiche indesiderate.
  • Etichettatura chiara: ogni contenitore deve riportare informazioni dettagliate sulla natura del rifiuto, il codice CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti) e le eventuali indicazioni di pericolo.
  • Aree di stoccaggio attrezzate: devono essere dotate di pavimentazione impermeabile, sistemi di raccolta delle perdite e adeguata ventilazione.

Lo stoccaggio dei rifiuti speciali è un processo fondamentale nella gestione dei rifiuti, che richiede il rispetto di normative stringenti per garantire la sicurezza ambientale e sanitaria. Un corretto smaltimento e trattamento di questi materiali contribuisce a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere un’economia più sostenibile. La sensibilizzazione e il rispetto delle normative sono essenziali per un futuro più sicuro e responsabile.

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Cosa sono gli impianti di stoccaggio dei rifiuti e come funzionano?

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Cosa sono gli impianti di stoccaggio dei rifiuti e come funzionano?

Gli impianti di stoccaggio dei rifiuti rappresentano una componente fondamentale della gestione sostenibile dei rifiuti. Si tratta di strutture progettate per il deposito temporaneo dei rifiuti, in attesa di ulteriori trattamenti, recupero o smaltimento definitivo. Questi impianti svolgono un ruolo cruciale nella riduzione dell’impatto ambientale, consentendo una gestione più efficiente e sicura dei materiali.

Funzioni principali degli impianti di stoccaggio

Gli impianti di stoccaggio dei rifiuti assolvono diverse funzioni:

  • Conservazione temporanea: Permettono di accumulare i rifiuti in attesa del trattamento o del trasporto verso impianti finali.
  • Classificazione e separazione: In alcuni casi, i rifiuti vengono separati per tipologia (es. rifiuti pericolosi, organici, plastici) per favorire il successivo trattamento.
  • Riduzione del volume: Alcuni impianti dispongono di tecnologie per compattare i rifiuti, riducendone l’ingombro e ottimizzando il trasporto.

Tipologie di impianti di stoccaggio

Gli impianti si distinguono in base alla natura dei rifiuti trattati e alle tecnologie utilizzate. Tra le principali tipologie troviamo:

  • Impianti per rifiuti urbani: Stazioni di trasferimento che accumulano rifiuti domestici prima del trasporto a discariche o centri di trattamento.
  • Impianti per rifiuti speciali e pericolosi: Strutture dotate di misure di sicurezza avanzate per contenere materiali come solventi, vernici o rifiuti chimici.
  • Impianti per rifiuti organici: Stoccano materiali biodegradabili destinati al compostaggio o alla digestione anaerobica.

Come funzionano gli impianti di stoccaggio

Il funzionamento di un impianto di stoccaggio prevede diverse fasi:

  1. Accettazione e registrazione: I rifiuti vengono ricevuti, pesati e registrati. Questa fase include controlli per verificare la conformità dei materiali alle norme vigenti.
  2. Deposito: I rifiuti vengono stoccati in aree dedicate, che possono essere coperte o all’aperto, a seconda della tipologia di materiale. Per i rifiuti pericolosi, si utilizzano contenitori speciali per evitare dispersioni.
  3. Gestione e monitoraggio: Durante il periodo di stoccaggio, vengono effettuati controlli periodici per garantire la sicurezza dell’impianto e prevenire rischi ambientali.
  4. Trasferimento: Una volta pronti, i rifiuti vengono inviati agli impianti di trattamento, recupero o smaltimento finale.

Benefici e impatti ambientali

Gli impianti di stoccaggio offrono numerosi vantaggi:

  • Ottimizzazione della logistica: Consentono di accumulare i rifiuti per organizzarne il trasporto in maniera efficiente.
  • Riduzione dell’impatto ambientale: Grazie a misure di contenimento e monitoraggio, limitano la dispersione di sostanze inquinanti.
  • Supporto all’economia circolare: Facilitano il recupero di materiali riciclabili, contribuendo a ridurre la necessità di nuove risorse.

Tuttavia, gli impianti devono essere gestiti con attenzione per prevenire problemi come emissioni odorigene, infiltrazioni di liquidi nei terreni o rischi per la salute pubblica. La corretta progettazione, unita al rispetto delle normative, è essenziale per garantire un impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente.

Gli impianti di stoccaggio dei rifiuti rappresentano un elemento chiave nella gestione integrata dei rifiuti, supportando la transizione verso pratiche più sostenibili e responsabili.

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Come funziona la bonifica di un territorio

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Come funziona la bonifica di un territorio

La bonifica di un territorio è un processo complesso e delicato, finalizzato a ripristinare la salubrità di un’area contaminata o degradata, rendendola nuovamente sicura per la salute umana e per l’ambiente. Questo tipo di intervento è necessario in zone in cui sono presenti sostanze inquinanti, che possono derivare da attività industriali, sversamenti accidentali o discariche abusive, e rappresentano un rischio sia per la popolazione sia per la fauna e la flora locali. Il processo di bonifica può essere suddiviso in diverse fasi, che spaziano dall’analisi iniziale alla rimozione e al trattamento dei contaminanti.

1. Analisi e caratterizzazione del sito

Il primo passo in un progetto di bonifica è un’indagine dettagliata per comprendere la natura e l’estensione della contaminazione. In questa fase si raccolgono campioni di terreno, acqua e aria e si analizzano in laboratorio per identificare le sostanze inquinanti e il loro livello di concentrazione. Le analisi aiutano a determinare se la contaminazione è superficiale o se si estende in profondità, coinvolgendo eventualmente anche le falde acquifere. Questa fase preliminare è fondamentale per pianificare un intervento mirato ed efficace.

2. Valutazione del rischio e pianificazione della bonifica

Dopo l’analisi del sito, si passa a una valutazione del rischio, che considera come i contaminanti possano influenzare l’ambiente e la salute umana. In base ai risultati ottenuti, si procede con la progettazione del piano di bonifica, stabilendo le tecniche e le tecnologie da adottare. Il piano può variare notevolmente in base alla tipologia dei contaminanti (metalli pesanti, idrocarburi, solventi, etc.), alla profondità della contaminazione e alla vicinanza di aree sensibili, come fiumi o centri abitati.

3. Tecniche di bonifica

Le tecniche di bonifica possono essere suddivise principalmente in metodi in situ e metodi ex situ.

  • Bonifica in situ: Questo approccio consiste nel trattare i contaminanti direttamente sul posto, senza necessità di rimuovere il terreno o l’acqua contaminata. Alcune tecniche comuni includono la bioremediation (bioremediation), che utilizza batteri e altri microorganismi per degradare le sostanze inquinanti, e la fitodepurazione, che sfrutta le proprietà depurative di specifiche piante per assorbire e immobilizzare i contaminanti.
  • Bonifica ex situ: Questa tecnica implica la rimozione del suolo o dell’acqua contaminati, che vengono poi trattati in un impianto specializzato. Il terreno può essere trattato tramite lavaggio, separazione dei contaminanti o tecniche termiche, come il desorbimento termico, in cui il calore viene utilizzato per volatilizzare e rimuovere gli inquinanti.

4. Monitoraggio e restauro ambientale

Una volta completata la bonifica, si procede con il monitoraggio dell’area per un periodo di tempo stabilito, al fine di garantire che non vi siano residui contaminanti e che l’ambiente sia sicuro. Spesso viene avviato anche un progetto di ripristino ambientale, in cui si reintroducono specie vegetali o si effettuano interventi di riforestazione per facilitare il recupero ecologico dell’area.

5. Obiettivi e benefici della bonifica

L’obiettivo principale della bonifica è quello di eliminare i rischi per la salute e l’ambiente, favorendo al contempo il recupero e la valorizzazione di aree altrimenti inutilizzabili. Questo processo può avere anche un impatto economico positivo: un’area bonificata e resa sicura può essere destinata a nuovi usi, come spazi verdi, parchi pubblici, oppure a nuove attività commerciali o residenziali. Inoltre, la bonifica di territori contaminati contribuisce alla conservazione degli ecosistemi locali, riducendo la dispersione di sostanze tossiche nel terreno e nelle falde acquifere e prevenendo così danni a lungo termine.

 

In sintesi, la bonifica di un territorio contaminato è un intervento complesso ma essenziale per garantire la salute e la sicurezza ambientale, con benefici tangibili per la comunità e l’ambiente. Questo processo richiede un’attenta pianificazione, l’uso di tecnologie avanzate e un monitoraggio costante, ma rappresenta un investimento importante per il futuro e un passo fondamentale verso uno sviluppo sostenibile.

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Comunicato Ufficiale: Certificazione PDR 125

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Comunicato Ufficiale: Certificazione PDR 125

Siamo lieti di annunciare che la nostra azienda ha conseguito la certificazione PDR 125, un riconoscimento prestigioso che attesta il nostro impegno concreto verso la sostenibilità, la trasparenza e l’etica aziendale. Questo traguardo riflette la nostra determinazione nel perseguire modelli operativi che rispettino i più elevati standard di responsabilità sociale e ambientale.

Che cos’è la PDR 125?

La certificazione PDR 125, sviluppata da UNI in collaborazione con Accredia, rappresenta una prassi di riferimento riconosciuta a livello nazionale. Essa definisce un sistema strutturato per misurare, comunicare e migliorare le performance aziendali in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, in conformità con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Tra le specifiche della norma, la PDR 125:

  • Promuove la sostenibilità come valore centrale nelle strategie aziendali.
  • Incoraggia trasparenza e rendicontazione attraverso indicatori misurabili e verificabili.
  • Richiede un approccio sistematico alla gestione degli impatti ambientali, sociali ed economici.

Cosa significa per i nostri clienti e partner?

  • Garanzia di qualità e responsabilità: L’adozione della PDR 125 certifica il nostro impegno nell’erogazione di prodotti e servizi che rispettano criteri di eccellenza, sostenibilità e innovazione.
  • Fiducia e trasparenza: Ogni nostra azione è guidata da principi etici solidi, supportati da verifiche e controlli periodici da parte di enti certificatori indipendenti.
  • Sviluppo sostenibile: Operiamo con l’obiettivo di minimizzare il nostro impatto ambientale, contribuendo positivamente alla comunità e al territorio.

Il nostro impegno per il futuro

La certificazione PDR 125 non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Continueremo a monitorare e migliorare le nostre prestazioni, integrando la sostenibilità come pilastro fondamentale della nostra visione aziendale.

Cogliamo l’occasione per ringraziare i nostri clienti, collaboratori e partner per il loro supporto e fiducia, che ci hanno permesso di raggiungere questo risultato così significativo.

Restiamo a disposizione per ulteriori dettagli o per condividere il nostro approccio alla sostenibilità in modo ancora più approfondito.

 

Per un futuro responsabile e sostenibile, insieme.

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Demolizione controllata: sicurezza e precisione nella rimozione di strutture

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Demolizione controllata: sicurezza e precisione nella rimozione di strutture

La demolizione controllata è un metodo di abbattimento che si distingue per la sua precisione e per la riduzione al minimo dell’impatto sulle strutture circostanti e sull’ambiente. A differenza delle demolizioni tradizionali, che possono essere invasive e caotiche, la demolizione controllata si avvale di tecniche avanzate e tecnologie specifiche per garantire che il processo avvenga in modo sicuro e pianificato.

Cosa si intende per demolizione controllata?

La demolizione controllata implica l’utilizzo di procedure studiate per abbattere una struttura in modo controllato, riducendo al minimo i rischi e i danni collaterali. Questo approccio è particolarmente utile in aree urbane densamente popolate, dove è necessario preservare le strutture adiacenti e garantire la sicurezza delle persone. Durante il processo, i professionisti della demolizione analizzano attentamente la struttura, identificando i punti critici e le tecniche più appropriate per l’abbattimento. L’uso di attrezzature moderne e specializzate, come escavatori e frantoi, permette di gestire anche materiali pericolosi o non frantumabili, proteggendo così l’ambiente e la salute pubblica.

Quanti tipi di demolizione esistono?

Esistono diversi tipi di demolizione, ognuno con le proprie peculiarità e applicazioni:

  1. Demolizione meccanica: Utilizza attrezzature pesanti come escavatori, gru e frantoi per abbattere strutture. È uno dei metodi più comuni e viene spesso impiegato per edifici di grande dimensione.
  2. Demolizione controllata: Come descritto in precedenza, si basa su un approccio pianificato e preciso, con l’obiettivo di minimizzare i rischi e i danni collaterali.
  3. Demolizione esplosiva: Impiega esplosivi per abbattere strutture. È utilizzata in casi specifici, dove le strutture devono essere abbattute rapidamente e in modo controllato. Richiede una pianificazione meticolosa e l’ottenimento di tutte le autorizzazioni necessarie.
  4. Demolizione manuale: Può essere eseguita da operai specializzati che rimuovono strutture in modo manuale, spesso utilizzando attrezzi leggeri. Questo metodo è ideale per piccoli progetti o per aree in cui le attrezzature pesanti non possono accedere.
  5. Demolizione selettiva: In questo caso, vengono rimossi solo alcuni elementi di una struttura, mantenendo intatti altri. Questo metodo è spesso utilizzato per il recupero di materiali riutilizzabili o riciclabili.

Chi deve verificare il piano demolizioni?

La verifica del piano di demolizione è un aspetto cruciale del processo e deve essere eseguita da professionisti competenti. In genere, il piano deve essere redatto da ingegneri o esperti di demolizione qualificati, che valutano attentamente la struttura da abbattere e sviluppano strategie appropriate. Questo piano deve includere una valutazione dei rischi, un’analisi delle tecniche di demolizione, un piano di gestione dei rifiuti e un’adeguata pianificazione della sicurezza.

In molti casi, è necessario ottenere le autorizzazioni da parte delle autorità locali e dei servizi di protezione ambientale, che esamineranno il piano per garantire che soddisfi tutte le normative in vigore. Anche le ispezioni pre-demolizione sono fondamentali per identificare eventuali materiali pericolosi, come l’amianto, che richiedono ulteriori precauzioni.

In conclusione, la demolizione controllata rappresenta un approccio responsabile e sicuro per la rimozione di strutture, con un focus particolare sulla sicurezza e sulla sostenibilità. Grazie alla pianificazione accurata e all’uso di tecnologie moderne, è possibile eseguire demolizioni in modo efficace, riducendo al minimo i rischi e l’impatto ambientale.

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Qual è la differenza tra materia prima e materia prima secondaria

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Qual è la differenza tra materia prima e materia prima secondaria

Il concetto di “materia prima” è fondamentale per comprendere i processi produttivi e il ciclo di vita dei prodotti. Tuttavia, in un’epoca in cui la sostenibilità e l’economia circolare assumono un ruolo sempre più centrale, è importante distinguere tra materia prima primaria e materia prima secondaria (MPS). Entrambe hanno un ruolo chiave nelle dinamiche produttive, ma derivano da fonti e processi differenti.

Materia Prima: definizione e origine

La materia prima primaria è un materiale grezzo estratto direttamente dalla natura, prima di subire trasformazioni industriali. Questi materiali includono risorse come minerali, legno, petrolio, gas naturale, e molte altre risorse naturali. Le materie prime sono fondamentali per la creazione di prodotti e beni di consumo e rappresentano il primo step del processo produttivo. Tuttavia, l’estrazione e l’utilizzo massiccio di queste risorse naturali ha un forte impatto sull’ambiente, accelerando fenomeni come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e l’esaurimento delle risorse.

Materia Prima Secondaria: il concetto di Economia Circolare

Al contrario, la materia prima secondaria (MPS) si riferisce a materiali riciclati o recuperati che vengono reintrodotti nei cicli produttivi dopo l’uso. In altre parole, i prodotti che hanno raggiunto la fine del loro ciclo di vita vengono trattati e trasformati per creare nuove risorse utilizzabili. Questo concetto si inserisce all’interno del modello di economia circolare, che mira a ridurre i rifiuti, estendere la vita utile dei prodotti e minimizzare l’estrazione di nuove risorse naturali.

Cosa significa MPS e quando un rifiuto diventa materia prima secondaria

La sigla MPS sta per Materia Prima Secondaria, ovvero materiali che, pur essendo inizialmente considerati rifiuti, vengono trasformati e recuperati attraverso processi di riciclo e recupero per essere riutilizzati nei processi produttivi. Il concetto di MPS si basa su una precisa distinzione giuridica e normativa, che stabilisce quando un materiale smette di essere considerato “rifiuto” e diventa una risorsa riutilizzabile.

Secondo la normativa europea e italiana, affinché un rifiuto possa essere classificato come materia prima secondaria deve rispettare determinati criteri, definiti come End of Waste (EoW), o fine del rifiuto. Questi criteri includono:

  1. Sicurezza ambientale: il materiale non deve presentare pericoli per la salute pubblica e l’ambiente.
  2. Qualità del prodotto: deve esistere un mercato per il materiale riciclato e deve essere utilizzabile senza ulteriori trattamenti che comportino rischi o problematiche ambientali.
  3. Rispetto delle normative: il materiale deve essere conforme alle norme tecniche stabilite per le materie prime secondarie e alla legislazione ambientale.

Un esempio pratico è il vetro o la plastica: una bottiglia di vetro, una volta raccolta e trattata attraverso un processo di riciclaggio, diventa una MPS e può essere utilizzata per produrre nuove bottiglie o altri prodotti. Similmente, la carta, dopo il riciclaggio, può essere reimmessa nel ciclo produttivo come materia prima secondaria per creare nuovi prodotti cartacei.

Vantaggi dell’uso di materie prime secondarie

L’utilizzo di MPS presenta numerosi vantaggi sia dal punto di vista ambientale che economico. In primo luogo, riduce la necessità di estrarre nuove risorse naturali, diminuendo l’impatto ambientale. In secondo luogo, favorisce una gestione più efficiente dei rifiuti, limitando il ricorso alle discariche e inceneritori. Infine, permette di sviluppare un’economia più circolare e sostenibile, dove i materiali vengono continuamente riutilizzati, riducendo i costi di produzione e l’energia necessaria per produrre nuovi beni.


In un contesto globale che punta alla sostenibilità, la differenza tra materia prima e materia prima secondaria assume un’importanza cruciale. Mentre le materie prime tradizionali derivano da risorse finite, le MPS rappresentano una soluzione innovativa che permette di chiudere il ciclo dei materiali, minimizzando l’impatto ambientale e promuovendo un modello economico circolare. Sfruttare al meglio le MPS è una sfida essenziale per un futuro più sostenibile.

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